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I fake follower aiutano a raggiungere la popolarità?

Scritto da Benedetto Motisi

Si fa un gran parlare di like e utenti finti per aumentare la propria popolarità sui social network: ma chi ne fa uso e perché?

I social network hanno avuto e tutt’ora hanno la grande capacità di rispettare le premesse del proprio nome: la sovrastruttura sociale che rappresentano rispecchia e realizza quel bisogno di connessione fra le persone, annullando i concetti di spazio (e in un certo senso, anche di tempo). Non tanto la tecnologia, quanto gli stessi comportamenti umani, hanno poi portato ad amplificare alcune dinamiche già presenti in precedenza, vedi ad esempio il desiderio – egocentrico o meno – di essere influente per una platea quantomai vasta.

Tuttavia, “l’offerta” è così ampia che non è affatto scontato riuscire a imporsi come voce autorevole e, non pochi si rivolgono ad alcuni trucchi: fra questi, l’acquisto di fan, follower o visite false ai propri profili sociali. Detto così sembrerebbe un inganno, ma parlando qui di fashion & beauty la sfumatura è molto più sottile. Una modella che valorizza una propria caratteristica con un trucco, sta ingannando o meno chi la osserva? Certo, si dirà che la metafora è un po’ forzata, ma seguitemi.

Le vanity metrics

Fan, follower, like e compagnia altre non sono che vanity metrics, come si dice in gergo, ovvero metriche di vanità: non hanno valore, se non quantitativo, se non quello che gli viene attribuito. Non si traducono DIRETTAMENTE in una reale influenza – a maggior ragione se si tratta di BOT, ovvero di metriche finte – così come un eyeliner non dona DIRETTAMENTE uno sguardo da perderci la testa.

Ed è in questo caso che entra in gioco la riprova sociale: così come il mullet era un taglio poco femminile – vorremmo dire brutto – ma che “andando di moda” era tollerato e finanche bramato, allo stesso modo chiunque – utente reale – sarebbe maggiormente spinto a mettere like e seguire una pagina con un grande seguito rispetto a una più contenuta nei numeri.

Attenzione: questo nonostante la qualità dei contenuti generati, in quanto nella realtà dei fatti NON abbiamo tempo per valutarli a fondo e ci fidiamo acriticamente di un numero, in quanto – preso a sé e senza avere le competenze base per sviscerarlo – i numeri non mentono mai, no?

Ed è per questo che online spopolano servizi come SEOclerks o SMOnutz in grado di vendere contenuti a pacchetti e testate di costume come Vice si occupano di fare esperimenti con fake influencer. Si, è vero esistono anche strumenti di fake checking ma, nella realtà dei fatti, non sono usati che da (una minima parte di) addetti ai lavori con un’etica molto rigida del lavoro.

Fake follower, etica e popolarità

Il dilemma è quindi più etico che funzionale: certo, un profilo con gran parte degli utenti finti altro non è che onanismo digitale (o no?). Rolling Stone ha tirato fuori un’inchiesta sui numeri delle influencer più famose e la loro percentuale di utenti fake. Ciò non toglie che, in ogni caso, si tratta di influencer REALI che hanno “make-uppato” il loro brand personale. Il dilemma, signore e signori, sta tutto qui: se sia giusto o sbagliato.

Che sia efficace, è la vera materia da caso studio.

Cover photo | Adobe Stock

Sull'Autore

Benedetto Motisi

Consulente Web e giornalista pubblicista. Attivo in Italia ed Est Europa, ha iniziato a lavorare nella redazione online di Radio Radicale, spostandosi poi nel mercato business nella figura di SEO Editor di contenuti per il Gruppo HTML e per DEA Marketing. Ha tenuto e tiene corsi e speech per Politecnico di Milano, Unicattolica, Upter, Regione Lazio, Provincia Autonoma di Trento, CGIL Lombardia, LUISS Enlabs, Camera dei Deputati. Autore di "Interceptor Marketing" per Flaccovio Editore e contributore di "Le nuove professioni digitali" per Hoepli.

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