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Lifestyle

Denunciare per mobbing è un dovere verso sé stessi, anche se si lavora online

Scritto da Benedetto Motisi

Giusto qualche tempo fa, una collega mi raccontava di subire pressioni e avances non proprio gradite da parte di un committente piuttosto in vista all’interno della “bolla” degli e-workers.

Non è la prima volta che le accadeva, sebbene non si tratti di una persona che tiene comportamenti equivocabili, tutt’altro, essendo molto timida.

Mi ha fatto pensare inoltre a una studentessa presente a un corso la quale, durante una esercitazione che consisteva nel compilare al meglio il proprio profilo LinkedIn per proporsi al mondo del lavoro, in tempo reale, ricevette qualcosa come tre-quattro richieste non proprio “lavorative”. Di cui un paio di colleghi stimati, riconosciuti, sposati.

Come dimostrare il mobbing e perché la libertà è responsabilità

Circa il tema del mobbing, specie a scapito di una professionista, ne parli il sottoscritto – da maschio bianco cis – potrebbe suonare strano ma qui si tratta della libertà dell’individuo singolo, un argomento che sta a cuore a tutta la redazione di Junglam.

Cos’altro non è il lifestyle se non la possibilità di affermare sé stessi, seppure visto come qualcosa di “leggero”? Un diritto che chiunque dovrebbe essere messo in condizione di rivendicare, ma che fa il paio alle responsabilità che la libertà comporta.

Le cronache nazionali sbattono in prima pagina l’imprenditore di successo Alberto Genovese e i suoi festini, ma di aspiranti capibastone ne sono pieni gli uffici, gli smart working, gli eventi di qualsiasi settore – pur nello scoppiettante mondo progressista del digitale.

L’unica arma è dire di no e denunciare – per quanto le leggi circa il mobbing/ lo stalking e tutto l’iter non sia di facile lettura e spesso si rischia pure di passare dalla parte del torto. Soprattutto se si è partite iva, come al solito le ultime ruote del carro, seppur motrici di un sistema-Paese a un passo dal baratro. Se è necessario, dopo essersi tutelati/e, anche “sputtanare”.

Per quanto gli insospettabili Weinstein stiano sul piedistallo della loro posizione lavorativa, una volta tirati giù è una graticola di pietre che volano.

Ingiustizie sul lavoro e non sapere a chi rivolgersi

Questo è il vero dilemma di chi è costretto/a a subire ogni giorno. Lasciare correre è escluso, abbozzare ancora peggio; perché il “mob” di questo si alimenta e ne trae forza per osare sempre di più.

La strada legale sembra quasi essere scoraggiata, ma se la situazione rischia di diventare pesante è l’unica via ma l’importante in primo luogo è fare abbassare la testa al “mob”, gonfia solo di ego e quindi facile a sgonfiarsi se punta con l’ago della vergogna.

Il regno dei Cieli sarà pure dei miti, ma nel frattanto qui si combatte pancia a terra.

Sull'Autore

Benedetto Motisi

Giornalista e Docente.
Attivo in Italia ed Est Europa, ha lavorato nelle redazioni di Radio Radicale e di Gruppo HTML (oggi Triboo Media).
Ha tenuto e tiene docenze per Politecnico di Milano, Unicattolica, Upter, Regione Lazio, Provincia Autonoma di Trento, CGIL Lombardia, LUISS Enlabs, Henley Business School, Camera dei Deputati.
Insegna nei Master di Web Communication e Visual & Marketing Design in REA Academy.
Ha pubblicato “Interceptor Marketing” con Flaccovio Editore e contribuito a “Le nuove professioni digitali” per Hoepli.
Ricopre il ruolo di Top Influencer per SEMrush, la marketing suite più utilizzata ed è il Direttore Responsabile di Junglam.

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