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Perché essere ricchi non significa essere felici

Scritto da Patrizia Saolini

I soldi danno la felicità? Il quesito è antico e la risposta è meno scontata di quello che può sembrare. Noi di Junglam abbiamo riflettuto sulla domanda con una esperta e abbiamo capito che essere ricchi non basta per essere felici. Anzi.

Potere contare su un buono stipendio, avere una rendita o possedere denaro e beni materiali è la chiave della felicità? Nella società di oggi, in cui i social sbandierano la vita da sogno di vip e celebrità, sono sempre di più a crederlo. Ma la realtà racconta un’altra verità.

Noi di Junglam abbiamo voluto capirne di più e ci siamo rivolti a una esperta. Con Marina Osnaghi, Business Coach e prima Master Certified Coach in Italia, abbiamo riflettuto sul perché essere ricchi non significa essere felici.

La ricchezza è felicità?

Gli attori, calciatori ma anche conoscenti e amici benestanti che ostentano abiti e accessori firmati, case e auto lussuose e viaggi e vacanze da sogno sembrano fornire una risposta certa: la ricchezza è felicità. Ma come osserva Marina Osnaghi, si tratta di un falso positivo.

In realtà, quello che desideriamo (e talvolta invidiamo) non sono denaro o beni materiali, ma tempo, libertà e spensieratezza. In altre parole, la ricchezza è un mezzo per ottenere ciò che davvero vogliamo e (in ultima istanza) essere felici.

La ricchezza è un mezzo per ottenere ciò che davvero vogliamo ed essere felici.

Aristotele lo affermava già diversi secoli fa:

È chiaro che non è la ricchezza il bene da noi cercato. Infatti, essa ha valore solo in quanto utile, cioè in funzione di qualcos’altro.

Come spiega la Master Certified Coach, si tratta di uno scarto logico cruciale. Il denaro è funzionale a benessere e serenità (Albert Camus sosteneva pragmaticamente: “È una sorta di snobismo spirituale quello delle persone che pensano di poter essere felici senza denaro”), ma in che misura concorre a una felicità vera, profonda e duratura?

Essere ricchi per essere felici: in che misura è vero

Marina Osnaghi spiega che esiste un postulato, noto come Paradosso di Easterlin o Paradosso della felicità, che definisce in che misura la ricchezza influisce sull’essere felici.

Secondo tale ipotesi, introdotta nel 1974 da Richard Easterlin, professore di Economia all’Università della California meridionale e membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze, la felicità aumenta all’aumentare della quantità di denaro fino a un dato punto. Dopodiché, inizia a diminuire, seguendo una curva a forma di parabola rovesciata.

Tale andamento viene spiegato in diversi modi. In base alla cosiddetta “teoria dell’adattamento”, la nostra soddisfazione e il nostro benessere crescono dopo l’acquisto di un bene materiale, ma il miglioramento dura poco e ben presto si ristabilisce la condizione di partenza. In altre parole, quando compriamo un nuovo smartphone, veniamo conquistati dalle sue funzionalità e prestazioni avanzate. Ma basta poco perché ci abituiamo e non le troviamo entusiasmanti come all’inizio, bensì “normali”.

La felicità è intangibile ed è fatta di esperienze, emozioni e sensazioni.

Un’altra teoria sostiene che il Paradosso di Easterlin dipende dall’innalzamento del nostro “livello di aspirazione al consumo”. Ovvero, per mantenere lo stesso livello di soddisfazione e benessere, abbiamo bisogno di un numero sempre maggiore di “cose” di valore crescente.

Compiendo un ulteriore passo avanti, sull’andamento della curva influirebbe anche il confronto con il livello di soddisfazione e benessere degli altri.

Ma qual è il punto in cui la felicità inizia a decrescere? Alcuni ricercatori della Purdue University (Indiana, USA) hanno condotto uno studio (pubblicato su Nature Human Behaviour) in cui hanno stabilito che la soglia della felicità corrisponderebbe a un reddito medio annuo di circa 60 e i 90mila dollari.

Perché la ricchezza non fa la felicità tout court

Che accettiamo o meno i risultati dello studio della gruppo di ricercatori della Purdue University, in che modo il reddito contribuirebbe alla felicità? Secondo un team di economisti di Harvard, guidati da Ashley V. Whillans, il denaro servirebbe a comprare tempo, ovvero a delegare ad altri le incombenze spiacevoli, per poterci concentrare su ciò che amiamo e che ci fa stare bene.

In altre parole, come osserva Marina Osnaghi, la ricchezza non fa che confermarsi uno strumento della felicità. Di conseguenza, da sé non basta a renderci felici. Non solo.

Troppa ricchezza ci condurrebbe a uno stato di preoccupazione e insoddisfazione cronico, spingendoci a concentrarci prioritariamente su tutte quelle attività che ci garantiscono il nostro status, a discapito di tempo, relazioni e interessi.

Come osserva la Master Certified Coach, la felicità è intangibile ed è fatta di esperienze, emozioni e sensazioni. Quelle che viviamo quando raggiungiamo un obiettivo, realizziamo un sogno e seguiamo le nostre passioni.

Photo cover credits: Adobe Stock

Photo text credits: Sharon McCutcheon on Unsplash e  Denys Nevozhai on Unsplash

Sull'Autore

Patrizia Saolini

Executive editor, scrittrice e corrispondente estera di JunGlam.com, con alle spalle una carriera in aziende del lusso internazionale. Scrive dal 2010 su riviste di moda, beauty, lifestyle e retail. Life coach professionista, con un Master di primo livello in Life Coaching riconosciuto dal Miur, é l'ideatrice di Retail Coach®, un marchio che garantisce consulenza strategica e corporate coaching alle aziende del lusso dedicate al servizio al cliente multicanale.

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