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Il viaggio interiore di Charmaine Poh

Scritto da Cecilia Pepponi

Charmaine Poh al MUDEC con “Make a travel deep of your inside, and don’t forget me to take”: un viaggio tra identità, memoria, corpo, tecnologia e appartenenza.

Un viaggio dentro sé stessi, nella memoria e nelle immagini che ci restituiscono agli altri, ma anche dentro ciò che ci definisce e ci attraversa: il corpo, l’identità, la relazione con gli altri e con la tecnologia. È da questa dimensione intima e insieme collettiva che prende forma il percorso di Charmaine Poh, in una mostra in cui esperienze personali e costruzioni sociali si incontrano, si sovrappongono e talvolta si confondono.

Nella sua imperfezione grammaticale, il titolo della mostra – Make a travel deep of your inside, and don’t forget me to take – attrae e fa soffermare sul suo significato, sulla sua poeticità sfuggente, che diventa poi la metafora di un percorso interiore che si riflette in un’esposizione immersiva e diversificata, in cui digitale e fisico si attraversano e la sfera più intima e personale convive con la ricerca della costruzione sociale dell’identità. Il titolo nasce da una frase emersa in uno scambio epistolare tra l’artista e un amico e racchiude proprio quello spazio dell’intraducibile, delle identità ibride e di ciò che esiste tra lingue, culture ed esperienze, temi che attraversano l’intero percorso espositivo.

È all’interno di questo spazio, sospeso tra esperienza personale e dimensione collettiva, che si inserisce la ricerca di Charmaine Poh (Singapore, 1990), oggi la più giovane artista ad aver ricevuto il premio Deutsche Bank “Artist of the Year”. Attraverso video, installazioni, fotografia, testo e performance, Poh intreccia esperienze personali, tecnologie digitali, memoria, ecologia, storia e cyberfemminismo, interrogando identità, strutture di potere, queerness e le forme contemporanee di rappresentazione.

La dimensione autobiografica assume un ruolo particolarmente significativo nella sua pratica. Poh diventa famosa già all’età di dodici anni, come attrice bambina nella serie We Are R.E.M. (2002-2004). Questo successo e questa notorietà l’hanno vista lanciata sotto i riflettori in tenera età, facendole vivere pubblicamente il delicato passaggio alla pubertà e rendendola oggetto di commenti, spesso sessualizzati, che hanno prodotto esperienze traumatiche. È proprio a questa esperienza che l’artista torna, anni dopo, attraverso il rapporto tra corpo, immagine e tecnologia.

Charmaine Poh, public solitude

Charmaine Poh, Public Solitude, 2022. © Charmaine Poh

Public Solitude è un’installazione video a due canali dell’artista bambina, proprio all’epoca della serie We Are R.E.M. In un video lei è seduta da sola sul letto mentre l’altro video rappresenta un suo avatar: come anche Good Morning Young Body, l’installazione riflette l’esplorazione dei confini sfumati e labili fra autenticità e performance o realtà alterata e virtuale.

Nella scelta del titolo, l’artista si ispira alla frase di Konstantin Stanislavski, che utilizzò i termini Public Solitude per definire lo stato in cui gli attori si trovano quando si immergono così profondamente nel ruolo che interpretano, da dimenticare totalmente il pubblico e agire d’istinto. Il rapporto tra persona e personaggio, tra ciò che è autentico e ciò che viene costruito per essere visto, ritorna così come uno dei nodi centrali della ricerca di Poh.

Charmaine PohGOOD MORNING YOUNG BODY

Charmaine Poh, GOOD MORNING YOUNG BODY, 2021–23. © Charmaine Poh

Questa riflessione sul corpo e sulla sua rappresentazione prosegue in Good Morning Young Body (2021-2023), in cui Poh parte da filmati esistenti per creare un avatar deepfake di sé stessa all’età di dodici anni. Il video, girato come un notiziario, contiene ripetutamente dei glitch, errori tecnici voluti che creano uno sfarfallio dell’immagine distorcendo corpo e voce, glitch che non sono visti come un difetto ma come una possibilità di liberazione. L’opera, parte del progetto THE YOUNG BODY UNIVERSE, rielabora così la propria esperienza di attrice bambina per riflettere sulla sessualizzazione del corpo femminile in rete, sulle forme contemporanee di violenza digitale e sulla possibilità di rivendicare la propria autodeterminazione.

Se in queste opere il corpo viene osservato attraverso il filtro della memoria, della tecnologia e della rappresentazione, in Heavy is the root of light (2025) la dimensione percettiva diventa invece il punto di partenza per un’esperienza più sospesa. È un’opera magnetica, nella quale il visitatore si immerge in uno spazio sensoriale e percettivo sospeso, in cui un’installazione luminosa in continuo movimento attraversa poetici frammenti della memoria che diventano materia statica; un’installazione che invita a fermare il passo per sperimentarne appieno la sensorialità. L’opera è composta da proiezioni e frammenti poetici, attraverso i quali luce, linguaggio e memoria diventano materia.

Charmaine PohThe Moon is Wet

Charmaine Poh, The Moon is Wet, 2025. © Charmaine Poh

Dalla memoria individuale il percorso si apre quindi verso una dimensione più ampia, storica e collettiva. The Moon is Wet (2025), una grande installazione video a tre canali disposti in cerchio, è l’elemento centrale della mostra: l’opera riflette e interseca le storie della dea del mare Mazu, delle “Majie” – lavoratrici domestiche migranti non sposate provenienti dalla Cina meridionale – e di una lavoratrice domestica indonesiana dei nostri giorni, in un racconto che attraversa la storia migratoria di Singapore, le dinamiche del lavoro e le forme di solidarietà femminile e collettiva. L’opera, realizzata appositamente per il progetto espositivo, mette così in relazione temporalità, esperienze e identità differenti, facendo della migrazione e del lavoro uno spazio di memoria condivisa.

02_Charmaine Poh, What’s softest in the world rushes and runs over what’s hardest in the world © Charmaine Poh

Charmaine Poh, What’s softest in the world rushes and runs over what’s hardest in the world, 2024. © Charmaine Poh

La relazione tra dimensione individuale e costruzione collettiva dell’identità torna anche in What’s softest in the world rushes and runs over what’s hardest in the world. Qui la convivenza e la tensione tra sfera privata e costruzione sociale dell’identità si esprimono attraverso filmati in cui coppie queer raccontano desideri, paure e vulnerabilità legate alla genitorialità e alla costruzione di famiglie non normative nella Singapore contemporanea. L’intimità diventa ancora una volta materia di racconto e di confronto, mostrando come le esperienze personali siano inevitabilmente attraversate dalle strutture sociali, culturali e normative che definiscono ciò che può essere riconosciuto come famiglia e come identità.

Le diverse opere compongono così un percorso in cui il personale non rimane mai confinato alla dimensione autobiografica, ma si apre continuamente verso questioni più ampie: il corpo e la sua rappresentazione, la memoria, la tecnologia, la migrazione, il lavoro, la queerness, la cura e le forme di appartenenza. È proprio nella continua oscillazione tra presenza fisica ed esistenza digitale, vulnerabilità e persistenza, esperienza individuale e tensione collettiva che si definisce la ricerca di Poh.

La mostra restituisce così un paesaggio visivo e sensibile in cui esperienza individuale e tensione collettiva convivono, aprendo nuove riflessioni sui temi della rappresentazione, dell’appartenenza, della cura e delle forme contemporanee d’espressione delle volontà di resistenza e di liberazione.

Cover photo by Muhammad Fadli

Sull'Autore

Cecilia Pepponi

Responsabile iniziative speciali Fashion-Design-Lifestyle.
Designer, esperta di immagine e di lifestyle, con un master in architettura e autrice di pubblicazioni sulle avanguardie architettonico-artistiche del ‘900. Si dedica all’ interior e al corporate design in contesto internazionale e lavora per 20 anni in una delle più grandi multinazionali della moda come responsabile immagine e interior design worldwide. Per Junglam segue le iniziative speciali fashion, design e lifestyle, sempre coltivando l’amore per l’arte in tutte le sue forme ed espressioni e per il viaggio, alla costante scoperta di nuovi luoghi, culture, ispirazioni ed emozioni.