Sport

Stasera si accende la fiamma. E con essa, una scommessa

Scritto da Ben Motisi

Questa sera, alle venti, lo stadio di San Siro si trasformerà nel cuore del mondo. Sessantamila persone entreranno dal Meazza per assistere a qualcosa che l’Italia non vedeva da settant’anni: l’accensione di una fiamma olimpica invernale sul suo suolo. E mentre scriviamo queste righe, la città è già diversa. Le strade intorno allo stadio sono presidiate, la Darsena ha ospitato stamattina il passaggio della torcia, i bar del centro hanno già i maxischermi accesi da ore. C’è qualcosa nell’aria di Milano che assomiglia a un’aspettativa trattenuta a lungo e finalmente pronta a esplodere.

Non è il momento dei bilanci critici — quello verrà, e noi non ci sottrarremo. Oggi è il momento di guardare dritto a ciò che sta per accadere.

La macchina è in moto. Marco Balich, il veneziano che ha firmato sedici cerimonie olimpiche e sa trasformare i valori in immagini, ha lavorato due anni con quattromila persone per costruire uno spettacolo che promette di essere qualcosa di mai visto. Il tema è dichiarato e, per una volta, non suona come uno slogan vuoto: Armonia. Armonia tra Milano e le Dolomiti, tra la metropoli europea e la tradizione alpina, tra il presente globale e la profondità culturale italiana. Sarà Mariah Carey ad aprire la serata cantando in italiano — nessuno sa ancora esattamente cosa — e sarà Andrea Bocelli, con il Nessun Dorma, a guidare la fiamma verso l’Arco della Pace. In mezzo, Cecilia Bartoli, Laura Pausini, Matilda De Angelis, Pierfrancesco Favino. Settecento anni di storia dell’arte e della musica italiane riassunti in due ore di spettacolo globale. Ambizioso, forse temerario. Ma l’Italia, quando ci crede davvero, sa essere temeraria nel modo giusto.

C’è un dettaglio, tra tutti, che racconta qualcosa di autentico su questi Giochi. Il Presidente Mattarella arriverà a San Siro in tram, al volante del quale siederà Valentino Rossi. È un gesto piccolo, quasi naïf, eppure perfetto: la sobrietà istituzionale che abbraccia il mito popolare, il rigore che strizza l’occhio alla festa. L’Italia che sa ridere di sé e, nello stesso tempo, si prende sul serio. Funzionerà, o sembrerà forzato? Lo scopriremo stasera. Ma l’intenzione è bella.

Fuori dallo stadio, naturalmente, il mondo non si è fermato. Duecento persone hanno già manifestato contro i Giochi nel quartiere limitrofo. Le misure di sicurezza straordinarie a ridosso della Fabbrica del Vapore hanno paralizzato mezza città alla vigilia della cerimonia. Persino alcuni hacker internazionali hanno tentato attacchi ai sistemi olimpici nelle ultime ore.
E mentre Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, si dice, saranno tra gli ultimi tedofori: la leggenda viva dello sci italiano che passa il testimone al futuro, sappiamo per certo che Sabrina Impacciatore si esibirà in una dance performance che si preannuncia essere il momento clou artistico della serata. Tutto questo insieme — la grandiosità e il caos, la bellezza e la complicazione — è l’Italia. Non c’è da meravigliarsi.

Ciò che conta, adesso, è che alle ventidue — quando i bracieri gemelli si accenderanno, quello all’Arco della Pace a Milano e quello in piazza Dibona a Cortina, per la prima volta nella storia olimpica in simultanea su due città — l’Italia sia pronta a guardarsi allo specchio. Non come Paese che ha superato mille ostacoli burocratici per arrivare fin qui, ma come Paese che ha deciso di essere all’altezza di un appuntamento con se stesso.

Da domani, gli atleti prenderanno il palcoscenico che spetta a loro. Le piste di Bormio, le piste di ghiaccio di Anterselva, le curve di Livigno, i campi di curling del PalaItalia — finalmente costruito — diventeranno il teatro di storie che nessuno può ancora scrivere. Qualche azzurro ci sorprenderà. Qualcuno ci deluderà. Il mondo ci osserverà.

Stasera, però, è la nostra ora. Quella in cui un Paese che dubita spesso di se stesso ha il permesso — anzi, il dovere — di credere in ciò che ha costruito.

Buona fortuna, Italia. La fiamma ti aspetta.

Sull'Autore

Ben Motisi