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Milano, la settimana in cui il mondo ci guarda ancora

Scritto da Ben Motisi

Non c’è nemmeno il tempo di spegnere la fiamma olimpica — Cortina brucia ancora, letteralmente e metaforicamente — che Milano si rimette in scena. Perché questa città ha un talento raro e un po’ insolente: quello di non finire mai. Di passare da un palcoscenico globale all’altro con la disinvoltura di chi sa che il mondo, prima o poi, torna sempre a guardarla.

Da oggi fino al 2 marzo, la Milano Fashion Week Women’s Collection trasforma i cortili, i palazzi, le strade e i capannoni industriali di questa città in qualcosa che non esiste altrove. Centottantaquattro appuntamenti in sette giorni: cinquantaquattro sfilate fisiche, sei digitali, ottantotto presentazioni, trentasei eventi. I numeri, da soli, raccontano la salute di un sistema — quello della moda italiana — che molti hanno dato per indebolito nell’ultimo decennio, schiacciato tra la velocità del fast fashion e la concentrazione del lusso nei grandi gruppi internazionali. Invece eccolo qui, più complesso e plurale che mai.

E la complessità, questa settimana, è la notizia vera.

Partiamo dal dato più atteso, quello che farà riempire le prime pagine della stampa internazionale di settore in tutto il mondo: per la prima volta, Demna Gvasalia siederà al timone creativo di Gucci. Dopo gli anni di Alessandro Michele — barocchi, narrativi, divisivi nel senso migliore del termine — e la parentesi Sabato De Sarno, la casa più iconica del lusso italiano affida se stessa a un georgiano iconoclasta che ha reinventato Balenciaga a propria immagine. Cosa farà Demna con il GG? Nessuno lo sa con certezza, e questa incertezza è, di per sé, la forma più alta di interesse che una maison possa generare. Venerdì 27 febbraio lo scopriremo.

Non è l’unico debutto di peso. Maria Grazia Chiuri — già artefice di un’era storica da Dior, la prima donna a dirigere quella casa — approda da Fendi con tutto il bagaglio di una carriera costruita sulla relazione tra moda e femminismo, tra artigianato e concettualità. E Meryll Rogge prende le redini di Marni, uno dei marchi più intellettualmente onesti del panorama internazionale, con il compito delicato di preservarne l’anima senza imbalsamarla. Tre direttori creativi nuovi in una sola stagione, in tre case diverse: è un momento di transizione che la storia della moda ricorderà.

C’è però un’altra storia, meno raccontata ma altrettanto significativa, che questa edizione porta con sé. Sei nuovi brand debuttano in calendario con una sfilata fisica: Casa Preti, Florania, Max Zara Sterck, Simon Cracker, Tell the Truth, Venerdì Pomeriggio. Nomi che ai non addetti ai lavori dicono poco o nulla. Ma è esattamente da nomi così — piccoli, artigianali, spesso nati in appartamenti o laboratori di periferia — che la moda italiana ha sempre trovato la propria linfa. Il sistema funziona quando il grande porta il nome del Paese nel mondo e il piccolo lo rinnova dall’interno. Camera Nazionale della Moda Italiana lo sa, e lo dimostra con il Fashion Hub inaugurato stamattina a Palazzo Morando: “Future Threads: Italy’s New Wave” e “New Gen, New Ethos” non sono titoli di mostre decorative. Sono una dichiarazione di intenti su dove questo settore vuole andare.

Vale la pena soffermarsi anche sull’installazione di Sara Leghissa, NOT FOR FREE, ospitata negli stessi spazi. La moda italiana ha spesso faticato a fare i conti con se stessa su temi come il lavoro, l’inclusione, la responsabilità sociale. Un progetto sull’empowerment femminile e sulla responsabilità, collocato al centro di una settimana dominata da sfilate milionarie, non è un gesto innocente. È un promemoria utile, e il fatto che Camera Moda abbia scelto di includerlo dice qualcosa sul livello di maturità — ancora imperfetto, in evoluzione, ma reale — che il settore sta raggiungendo.

Emporio Armani, poi, compie un passo che pochi avrebbero previsto: per la prima volta presenta una collezione donna-uomo unificata, sotto la direzione creativa di Silvana Armani e Leo Dell’Orco. Giorgio Armani ha costruito un impero proprio sulla distinzione — quasi filosofica — tra i generi nell’abbigliamento. Che il suo marchio più democratico scelga oggi di abbattere quella frontiera è un segnale generazionale che vale più di mille comunicati stampa.

E GCDS festeggia dieci anni. Un marchio nato come provocazione irriverente che è diventato, nel tempo, una delle voci più riconoscibili della moda italiana contemporanea. Dieci anni, nella moda di oggi, sono un’eternità. Meritano la festa.

Milano è così: ti travolge prima che tu abbia finito di capire cosa stava succedendo. Sette giorni, centottantaquattro appuntamenti, migliaia di persone arrivate da ogni angolo del mondo. La città che ha appena ospitato le Olimpiadi — con tutte le sue contraddizioni, i suoi ritardi e la sua straordinaria capacità di rialzarsi — è la stessa città che adesso indossa un abito diverso e torna in scena.

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Ben Motisi