Lifecoach

Rientro al lavoro: intervista alla coach Marina Osnaghi su come affrontarlo senza (troppo) stress

Scritto da Patrizia Saolini

Ogni anno, a settembre, milioni di lavoratori italiani si confrontano con lo stesso appuntamento: il rientro al lavoro dopo le ferie estive. Non è solo una questione organizzativa — riprendere in mano agenda, email e progetti — ma spesso un vero e proprio passaggio psicologico, tanto che si parla ormai comunemente di “sindrome da rientro” o “post-holiday blues”: cali di energia, irritabilità, difficoltà di concentrazione, nostalgia delle ferie appena concluse.

Per capire come affrontare il rientro al lavoro dopo le vacanze in modo consapevole — trasformandolo da fonte di stress a opportunità di ripartenza — abbiamo intervistato Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach (MCC) in Italia, fondatrice della Professional Coaching School e ideatrice del Metodo Osnaghi©. Dieci domande, dieci risposte dirette, per chi a settembre si ritrova con la valigia disfatta e il calendario già pieno di riunioni.

Le 10 domande alla Coach

1. Marina, partiamo dai numeri: quanto è diffusa davvero l’ansia da rientro al lavoro tra i professionisti italiani?

Molto più di quanto si pensi, e soprattutto molto più di quanto le persone siano disposte ad ammettere ad alta voce. Nel mio lavoro di corporate coach la vedo arrivare puntuale ogni fine agosto: non è pigrizia, è un vero e proprio disallineamento tra il ritmo che il corpo e la mente si sono concessi in vacanza e quello che il lavoro richiede il primo giorno di rientro. Il problema è che la trattiamo come un tabù invece che come un fenomeno fisiologico da gestire con metodo.

2. Che differenza c’è tra un semplice “ci vuole qualche giorno per riambientarsi” e un disagio più significativo da tenere sotto controllo?

La differenza sta nella durata e nell’intensità. Qualche giorno di flessione dell’energia è appunto fisiologico: la seconda, massimo la terza settimana di settembre il ritmo dovrebbe tornare. Se invece dopo tre-quattro settimane senti ancora ansia anticipatoria la domenica sera, difficoltà a dormire, o un senso di estraneità verso un lavoro che prima ti dava soddisfazione, lì il campanello d’allarme va preso sul serio. Non significa “c’è qualcosa che non va in te”, significa che è il momento di fermarsi e capire cosa sta cercando di dirti quel disagio.

3. Nel suo Metodo, quali sono i primi passi concreti per affrontare il rientro senza sentirsi sopraffatti?

Il Metodo Osnaghi parte sempre dalla stessa domanda: prima di riempire l’agenda, cosa voglio portarmi delle vacanze nella quotidianità? Non è retorica new age, è strategia pura. Consiglio di dedicare i primi due giorni di rientro a integrare la sensazione di wellbeing assaporata in vacanza, non solo a produrre: si possono leggere le email senza rispondere a tutte subito, ci si può dedicare a mappare le priorità reali della settimana, e soprattutto è fondamentale ridare struttura a sonno e movimento prima ancora che al lavoro. Il corpo detta i tempi della mente molto più di quanto l’agenda voglia farci credere.

4. C’è una tempistica ideale per “rimettersi in pari” con carichi di lavoro e relazioni professionali?

Sì, e va contro l’istinto di molti: io suggerisco di darsi almeno una settimana intera prima di considerarsi “a regime”. Chi prova a essere operativo al 100% dal primo giorno rischia di pagare il conto due settimane dopo, con un crollo di energia molto più difficile da recuperare. Meglio una curva di rientro graduale — 70% la prima settimana, 100% dalla seconda — che uno sprint iniziale seguito da un tracollo.

5. Il rientro riguarda anche chi guida un team. Cosa cambia per manager e leader?

Cambia moltissimo, perché il manager gestisce non solo il proprio rientro ma anche quello, spesso disallineato, di tutto il team. La trappola più comune è convocare la prima riunione operativa nel primo giorno di rientro di tutti: è quasi sempre un errore. Un buon leader si prende trenta minuti per chiedere “come state e come sta andando il rientro?” prima di chiedere “a che punto siamo?”. Sembra una perdita di tempo, è in realtà l’investimento più redditizio della settimana.

6. Quanto conta la comunicazione con colleghi e responsabili in questa fase?

Conta moltissimo, ed è uno degli aspetti più sottovalutati. Molte persone tornano dalle ferie e si sentono in colpa a dire “ho bisogno di un giorno per riorganizzarmi”, come se fosse un segno di debolezza. Non lo è: è chiarezza. Dire apertamente “questa settimana lavoro sul recupero delle priorità, dalla prossima sono pienamente operativo” toglie ambiguità e protegge sia te che chi lavora con te.

7. Esiste un legame tra la qualità delle vacanze appena trascorse e la difficoltà del rientro?

Assolutamente sì, ed è un paradosso che vedo spesso: vacanze vissute in modo frenetico con troppi spostamenti, troppi impegni e zero silenzio producono un rientro più traumatico. Questo perché il sistema nervoso non ha davvero avuto la pausa di cui aveva bisogno. Il vero riposo non è l’assenza di lavoro, è la presenza di recupero reale: sonno, natura, relazioni, silenzio. Chi ha vissuto questo tipo di vacanza torna con più risorse, non con più stanchezza.

8. Ci sono strumenti pratici — esercizi, domande, abitudini — che consiglia per affrontare la prima settimana?

Uno che uso spessissimo con i miei clienti è la “domanda delle tre priorità”: ogni mattina della prima settimana, prima di aprire la mail, scrivere le tre cose che davvero contano per quella giornata. Non dieci, tre. È un esercizio semplicissimo ma disciplina la mente a scegliere invece che subire. Un altro è il “rituale di transizione”: qualcosa che segni simbolicamente il passaggio dalle vacanze al lavoro — una camminata, un caffè in un luogo preciso, dieci minuti di silenzio — perché il cervello ha bisogno di confini chiari tra i contesti.

9. Il rientro al lavoro può diventare anche un’occasione per ripensare il proprio percorso professionale?

Per me è quasi sempre così, ed è la parte che trovo più interessante del mio lavoro come coach. Le vacanze creano distanza, e la distanza crea prospettiva. Molte delle domande più profonde che i miei clienti si pongono — “sto ancora crescendo in questo ruolo?”, “questo lavoro rispecchia ancora chi sono?” — nascono proprio a settembre, quando la routine non ha ancora richiuso lo spazio mentale che le vacanze avevano aperto. Il rientro, se accolto con consapevolezza, può essere un vero punto di svolta.

10. Un ultimo consiglio, in una frase, per chi sta per rientrare al lavoro in questi giorni?

Non tornare al lavoro, torna a te stesso, e porta quella versione al lavoro. Il rientro non deve essere un ritorno alla vecchia routine a tutti i costi: può essere il primo giorno di una versione più consapevole del tuo modo di lavorare.

In conclusione

Il rientro al lavoro non è solo una data sul calendario: è un processo che, affrontato con metodo, può trasformarsi in un’occasione di crescita personale e professionale invece che in una fonte di stress. Il Metodo Osnaghi offre proprio questo — strumenti concreti per gestire consapevolmente le transizioni, dentro e fuori dall’ufficio.

Sull'Autore

Patrizia Saolini

Executive editor e corrispondente estera di JunGlam.com. Scrive dal 2010 su riviste di moda, beauty e lifestyle. Giornalista, Chief Happiness Officer e Life Coach con un Master di primo livello in Life Coaching riconosciuto dal Miur. É autrice di quattro libri sul retail coaching e l'ideatrice del marchio Retail Coach®. Per Junglam segue le maggiori fashion week internazionali e gli eventi lifestyle in Italia e all'estero, oltre che dedicarsi alla rubrica di Life Coach.