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Chi è il Chief Happiness Officer e cosa fa

Scritto da Silvia Artana

La figura del Chief Happiness Officer (CHO) è nata negli USA alcuni anni fa e sta prendendo sempre più piede all’interno della grandi organizzazioni internazionali. Ma chi è e cosa fa questo “manager della felicità”? Noi di Junglam abbiamo provato a capirlo, anche con l’aiuto delle prime due CHO italiane che hanno conseguito la certificazione in America.

Il lavoro occupa gran parte delle nostre giornate e della nostra vita. Secondo un report dell’OECD (Organization for Economic Cooperation and Development), in Italia trascorriamo alla scrivania 1.723 ore in un anno. Ma è tempo di qualità? Nella maggior parte dei casi, purtroppo no.

Insoddisfazione, stress, tensione, piccoli e grandi problemi con i colleghi e con il capo sono all’ordine del giorno e influiscono negativamente sul nostro privato e a cascata sulla nostra professionalità e sulla produttività e la redditività dell’azienda.

Negli ultimi anni, le grandi organizzazioni hanno iniziato a prendere coscienza di questa realtà. Di pari passo, negli Stati Uniti sono nati corsi ed eventi dedicati alla Scienza della Felicità ed è emersa la figura professionale del Chief Happiness Officer (CHO), ovvero il Manager della Felicità.

Ma chi è e cosa fa questo nuovo protagonista del mondo del lavoro?

Noi di Junglam abbiamo provato a tracciare il suo identikit e abbiamo intervistato due CHO per saperne di più.

Chi è il Chief Happiness Officer

Il Chief Happiness Officer nasce in risposta a una società e a un mondo del lavoro sempre più complessi, esigenti e competitivi.

La sua figura è trasversale ai diversi compartimenti aziendali e ha come compito e obiettivo il bene comune dei lavoratori e delle organizzazioni, a partire dall’assunto di base che “dipendenti felici sono dipendenti migliori”. O per dirla con l’autrice dei libri The How of Happiness e The Myths of Happiness, la psicologa e docente del Dipartimento di Psicologia dell’Università della California, Sonya Lyubomirsky:

Le persone felici sono più produttive e più creative e sono migliori leader e negoziatori.

Ma è possibile misurare e allenare la felicità al lavoro? E prima ancora, è possibile misurare e allenare la felicità tout court?

Le persone felici sono più produttive e più creative e sono migliori leader e negoziatori.

Come spiega la dottoressa Lyubomirsky in una delle sue ricerche più celebri, la felicità dipende per il 50% dai geni, per il 10% da fattori esterni (cosa che conferma che la ricchezza influisce solo fino a un certo punto)e per il 40% dai pensieri e dalle azioni di ciascuno.

Di conseguenza, a tutti gli effetti, è una competenza e come tale può essere misurata e allenata. Ed è proprio su questa (nuova) consapevolezza che si innesta il ruolo del Chief Happiness Officer.

In virtù della sua conoscenza della Scienza della Felicità e dell’essere umano come individuo e collettività, il CHO misura il livello di felicità dei dipendenti e identifica e mette in atto strategie e politiche di welfare per allenarlo e svilupparlo.

La sua azione si svolge a più livelli e interessa il sistema nel suo insieme (non solo i singoli o alcune aree) e ha come fine ultimo di creare il migliore ambiente di lavoro possibile e di conseguenza di implementare la produttività e la redditività delle organizzazioni.

Cosa fa il Chief Happiness Officer

Il Chief Happiness Officer utilizza un approccio integrato e sistemico per raggiungere il bene comune dei lavoratori e delle organizzazione. Ma cosa fa in concreto?

La sua azione si sviluppa dall’analisi del contesto per individuare strategie sostenibili per aumentare la soddisfazione dei dipendenti e permettere all’azienda di crescere, migliorare e incrementare il proprio fatturato.

Il CHO promuove un modello di leadership positivo, collaborativo e rispettoso, orientato al dialogo, equo, etico e coerente con i valori del brand. Individua e corregge gli atteggiamenti negativi e incoraggia i comportamenti virtuosi in base ai reali bisogni dell’organizzazione e del team.

Il CHO promuove un modello di leadership positivo, collaborativo e rispettoso.

Allo stesso modo è un facilitatore che ascolta i dipendenti e dialoga con loro, riconosce e analizza le necessità del gruppo di lavoro, agevola la comunicazione, si assicura dell’esistenza e del rispetto dei diritti di base, sostiene la libertà di tempo, spazio e parola e promuove la crescita e la mobilità.

In tal senso, collabora con la dirigenza per valorizzare i percorsi di carriera, mettendo a punto programmi formativi ad hoc.

In Italia, uno dei massimi esperti in Scienza della Felicità è il professor Sandro Formica, titolare del corso The Science of Happiness and Personal Empowerment alla Florida International University (FIU) e di Economia della Felicità all’Università di Palermo, oltre che docente alla SDA e al Master della Università Bocconi.

Sandro Formica ha lanciato insieme alla FIU e al World Happiness Summit (WoHaSu) il primo corso di certificazione in Chief Happiness Officer nel campo dell’ospitalità.

L’intervista alle CHO Patrizia Saolini e Anna Di Giuseppe

Per capire meglio e approfondire la figura e il ruolo del Chief Happiness Officer, abbiamo pensato di intervistare le prime CHO in Italia che hanno conseguito la certificazione negli Stati Uniti presso la FIU, Chaplin School of Hospitality & Tourism Management, in collaborazione con il WoHaSu.

Patrizia Saolini è un’imprenditrice specializzata in consulenza strategica nel campo del Retail e del Corporate Coaching. È la creatrice di Retail Coach, un brand attivo a livello internazionale, che offre attività formative per migliorare gli standard di professionalità all’interno dei negozi dei beni di lusso. È autrice del libro Retail Coaching: La gestione operativa della rete vendita nell’era della multicanalità (Franco Angeli, 2017), che spiega come migliorare le 24 potenzialità umane in ambito commerciale. Oltre a essere la prima life coach italiana ad avere conseguito il titolo di Chief Happiness Officer alla FIU, è anche l’editore di Junglam.com.

Anna di Giuseppe è una consulente aziendale nel settore dell’hospitality. È iscritta all’Ordine dei Dottori Commercialisti e opera in Italia e all’estero affiancando il top management di aziende di servizi. La sua esperienza nel campo del mentoring l’ha portata a implementare una serie di strumenti innovativi dedicati al problem solving e all’ottimizzazione dei reparti HR e amministrativi. Ha al suo attivo la certificazione italiana in Formatore in Scienza del Sé.

Il professor Sandro Formica e Anna di Giuseppe. Photo courtesy: WoHaSu.

Cosa vi ha spinto a intraprendere la carriera del CHO?

Patrizia Saolini (PS) – Ho partecipato all’ultima edizione del WoHaSu a Miami, in Florida. Grazie agli interventi dei keynote speaker ho capito che la felicità non è una emozione, ma una competenza che può essere allenata per il bene comune. Da questa esperienza ho tratto lo spunto per integrare nelle mie attività formative l’allineamento dei valori aziendali ai reali bisogni dei dipendenti, con il fine di trasformare positivamente le abitudini meno funzionali al raggiungimento degli obiettivi. Da lì a prendere la certificazione del CHO il passo è stato breve, grazie anche all’incontro determinante con il professor Sandro Formica.

Anna Di Giuseppe (ADG) – Ho constatato in prima persona quanto l’eccesso di competizione negativa all’interno dei gruppi di lavoro generi scontento e frustrazione sia tra i dipendenti che tra i dirigenti. Di conseguenza, ho iniziato a interessarmi alla Scienza del Sé per esplorare un approccio umanistico che trasformasse il conflitto in comunicazione efficace. Essere Chief Happiness Officer ha rafforzato le mie skills di facilitatore. E anche nel mio caso, l’incontro con il professor Sandro Formica è stato incentivante nel prendere la certificazione.

Quali sono le possibili attività del CHO da declinare al femminile?

PS – Non vorrei farne una questione di genere, in quanto la funzione del CHO punta al benessere di tutta la comunità, ma è innegabile che nelle organizzazioni ci sia la necessità di pianificare delle attività da dedicare alle donne. Tra le più urgenti, c’è l’apertura del dialogo sulle necessità delle mamme lavoratrici e sull’attualissimo tema dell’allineamento degli stipendi a quelli ben più alti dei colleghi maschi.

ADG – Sicuramente è possibile migliorare il contesto lavorativo rendendolo più compatibile con i molteplici ruoli rivestiti dalle donne, che spesso sono sottovalutati. Tale miglioramento è attuabile fornendo gli strumenti di supporto per la gestione dello stress. Uno di questi è il time sharing, che serve a mantenere l’equilibrio tra vita lavorativa e familiare e consente l’accesso a strutture e progetti sportivi, culturali e ricreativi.

Quali sono tre buoni motivi che vi vengono in mente per ingaggiare un CHO in azienda?

PS e ADG – Il primo riguarda il momento storico e l’attenzione e l’interesse per il tema della inclusività: la presenza di un CHO è fondamentale per affrontare un simile cambiamento epocale. Il secondo è che il CHO aiuta a creare coesione e benessere all’interno dell’azienda e migliora la leadership positiva. Il terzo è che il CHO agisce per allineare i bisogni e i valori personali dei dipendenti a quelli dell’organizzazione. In altre parole, opera per trovare uno scopo comune gratificante per tutta la community.

Photo cover credits: Adobe Stock

Photo text credits: rawpixel.com from Pexels

Sull'Autore

Silvia Artana

Dopo la laurea in Scienze e Tecnologie Agrarie, ha conseguito un Master in Divulgazione Scientifica e ha mosso i primi passi nell'editoria occupandosi di scienza e tecnologia. Oggi scrive di moda, bellezza, benessere, lifestyle, cinema e TV per diversi magazine digitali e svolge attività di copywriting e storytelling online e offline.

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