Fashion Revolution: il movimento globale per la moda sostenibile

Etica, trasparenza, salvaguardia del pianeta. Il fashion system può non solo convivere con questi valori, ma abbracciarli e farli propri? La risposta è sì ed è l’obiettivo di Fashion Revolution, il movimento globale per la moda sostenibile.

Nato per iniziativa di Somers Carry e Orsola de Castro, due fashion designer che hanno lavorato per decenni nel Regno Unito, conta migliaia di collaboratori e partecipanti a vario titolo in tutto il mondo e si propone di apportare un cambiamento nel fashion system che faccia sì che le persone, l’ambiente, la creatività e il profitto abbiano lo stesso valore.

Fashion Revolution: cos’è

Fashion Revolution è un movimento globale no-profit che raccoglie trasversalmente addetti ai lavori, appassionati e consumatori che vogliono cambiare in modo radicale la filiera del sistema moda, affinché i vestiti siano realizzati “in modo sicuro, pulito e giusto” per le persone e per l’ambiente (come già fanno i marchi Osom Brand, Felder Felder ed Ecoalf).

Il movimento è nato nel 2013, in seguito al crollo del Rana Plaza, la palazzina a Dhaka, in Bangladesh, che ospitava una serie di laboratori tessili. Di fronte ai 1.138 morti e oltre 2.500 feriti, che rappresentano il quarto più grande incidente industriale della storia, le fashion designer Somers Carry e Orsola de Castro hanno ritenuto che non si potesse più restare a guardare e hanno dato vita a Fashion Revolution.

Fashion Revolution: patch

Fashion Revolution è un movimento globale no-profit per la moda sostenibile

Come spiegato dettagliatamente nello studio realizzato da Rebecca Earley e Kate Goldsworthy e disponibile su ResearchGate, per rendere possibile una nuova moda etica e sostenibile, ci deve essere un cambiamento a livello di modello di business, manodoperamaterie prime e approccio dei consumatori.

Nel primo caso, il “bug” è rappresentato dalla discrepanza tra l’aumento dei costi per i produttori e la diminuzione del prezzo dell’abbigliamento. Nel secondo, il documento sottolinea la conclamata e sistematica violazione dei diritti umani e lavorativi di chi opera nell’industria tessile, il grande spreco spesso legato alla filiera del fast fashion (con 14 milioni di tonnellate di indumenti buttati ogni anno negli USA), la perdita del patrimonio di conoscenze e abilità dovuto alla progressiva scomparsa di piccole aziende e artigiani e l’impatto devastante della moda sul pianeta in termini di consumo di acqua ed energia e di inquinamento. Nel terzo e ultimo, il problema è la dipendenza consumistica: è necessario imparare a comprare di meno, meglio e con maggiore consapevolezza.

Fashion Revolution è internazionale e trasversale e tutti possono aderire per rendere effettivo il cambiamento. Il movimento si rivolge ad agricoltori, produttori, fabbriche e aziende, brand, grossisti, rivenditori, distributori, ai lavoratori di ogni genere e grado del sistema moda, agli studenti, agli appassionati e ai “semplici” consumatori, proponendo molteplici idee e iniziative per agire in modo concreto.

Fashion Revolution è sostenuto da fondazioni e organizzazioni commerciali, finanziamenti governativi e donazioni di singoli individui e, in linea con i propri principi di trasparenza, produce rendiconti economici e report relativi alle attività svolte e a quelle in programma.

Trasparenza e Fashion Revolution Week

La trasparenza è il principio fondante di Fashion Revolution, che ritiene che sia il primo passo per cambiare il sistema moda. 

Per il movimento nato per iniziativa di Somers Carry e Orsola de Castro, trasparenza significa che i grandi i brand fashion sanno chi lavora ai loro prodotti (da chi ha coltivato il cotone utilizzato per realizzarli, a chi ha tinto i tessuti, fino a chi ha cucito i vari pezzi) e in quali condizioni. Se sono all’oscuro, non possono avere la certezza che i diritti umani della loro manodopera siano rispettati e che ci sia attenzione all’ambiente.

Fashion Revolution Week: trasparenza

Trasparenza è #WhoMadeMyClothes?

Fashion Revolution chiede ai brand di condividere queste informazioni pubblicamente e incoraggia tutti a sostenere la sua richiesta in modo collettivo durante la Fashion Revolution Week. Ogni anno, in concomitanza del 24 aprile (giorno del crollo del Rana Plaza) e per 7 giorni, ognuno può e deve indossare un indumento al contrario, farsi una foto e postarla sui social, chiedendo ai brand “Chi ha fatto i miei vestiti?” e utilizzando gli hashtag #WhoMadeMyClothes #FashRev.

Il prossimo appuntamento è dal 23 al 29 aprile 2018.

Photo credits: fash_rev @Instagram


Silvia Artana

Dopo la laurea in Scienze e Tecnologie Agrarie, ha conseguito un Master in Divulgazione Scientifica e ha mosso i primi passi nell'editoria occupandosi di scienza e tecnologia. Oggi scrive di moda, bellezza, benessere, lifestyle, cinema e TV per diversi magazine digitali e svolge attività di copywriting e storytelling online e offline.