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Eco fashion: la “nuova” moda tra ambiente, sostenibilità ed etica

Secondo il Danish Fashion Institute, la moda è la seconda industria più inquinante dopo quella del petrolio e impiega il 25% delle sostanze chimiche prodotte in tutto il mondo. Inoltre la produzione e la vendita a ciclo continuo di capi economici di tendenza sarebbe direttamente correlata al peggioramento delle condizioni di lavoro e allo sfruttamento della manodopera impiegata nel settore.

Un simile scenario evidenzia l’urgenza di adottare da parte degli stakeholder un nuovo modello di moda sostenibile, sia da un punto di vista ambientale che etico.

Con la definizione eco fashion si intendono i principi, le linee guida, le attività e le operazioni che individuano tale modello e una diversa tipologia di approccio, responsabile e orientata al riuso, da parte dei consumatori.

Eco fashion e ambiente

Eco fashion : bambini

L’eco fashion mira a una produzione senza sostanze chimiche dannose

La moda impatta sull’ambiente in diversi modi. Il primo e più discusso è quello che riguarda l’impiego di sostanze chimiche inquinanti e potenzialmente pericolose per la salute dell’uomo.

Nel 2011, Greenpeace ha portato il problema all’attenzione dell’opinione pubblica con la campagna “Panni Sporchi”. Tale operazione ha rivelato che nelle acque reflue degli stabilimenti tessili e manifatturieri della Cina erano presenti 11 gruppi di sostanze chimiche altamente nocive. Ma la diffusione di inquinanti nell’ambiente non è l’unico pericolo connesso all’uso di molecole e composti chimici. Alcune sostanze utilizzate nell’industria del fashion possono entrare nell’organismo attraverso la pelle (per contatto) e accumularsi in concentrazioni superiori a quelle tollerate (bioaccumulo o accumulo biologico).

Altri modi in cui il sistema moda impatta negativamente sull’ambiente sono l’uso di cuoio, pellame, pellicce e loro derivati, gli alti consumi energetici e gli scarti elevati.

Il modello eco fashion si propone come una rivoluzione sostanziale di tale organizzazione, attraverso l’adesione a programmi che hanno l’obiettivo di eliminare completamente le sostanze chimiche tossiche e/o dannose dal ciclo produttivo (Detox e Zero Discharge of Hazardous Chemicals), l’adozione di una politica vegan e cruelty free come quella promossa da Fur Free Alliance, l’impiego di nuovi materiali naturali, riciclati e/o riciclabili, la razionalizzazione della filiera produttiva e distributiva e il potenziamento della ricerca.

Eco fashion ed etica

Eco fashion: laboratorio tessile

L’eco fashion promuove un sistema di lavoro etico e rispettoso delle persone

La morte di 1.133 persone nel crollo del Rana Plaza Factory Complex, un palazzo di nove piani dove si trovavano innumerevoli laboratori tessili e manifatturieri, ha portato di prepotenza a conoscenza del mondo il problema dello sfruttamento delle maestranze della moda. Ma la tragedia avvenuta nel 2013 a Dhaka, in Bangladesh, non è che la punta dell’iceberg. Appena un anno dopo, dal rapporto di Human Rights Watch sulla Cambogia, sono emerse condizioni di lavoro al limite della schiavitù in fabbriche affiliate a grandi marchi occidentali.

La principale causa di questa situazione sembra essere la filiera del “fast fashion”, considerato un circolo vizioso per cui le aziende producono collezioni a basso prezzo e i consumatori le acquistano per essere al passo con le tendenze del momento. Per i rigorosi protocolli di chi sta sviluppando modelli etici ed eco-fashion, il risultato sono capi di bassa qualità, concepiti e percepiti per essere indossati una stagione (se non meno) e poi buttati e sostituiti con altri (con un impatto negativo anche a livello ambientale).

Ma l’escalation consumistica si può fermare e il trend può essere invertito. L’eco fashion promuove l’assunzione di responsabilità e l’impegno alla trasparenza da parte delle aziende per il rispetto dei diritti umani e lavorativi di dipendenti e operai e l’educazione al riuso e a uno shopping consapevole dei consumatori. In quest’ultimo caso, un esempio sono le campagne per la raccolta di abiti usati promosse da H&M, OVS e Intimissimi.

Eco fashion: i brand sostenibili

Eco Fashion: borsa Falabella Box

La borsa Falabella è un simbolo della filosofia eco fashion, pet friendly e cruelty free, di Stella McCartney

Il modello eco fashion sta prendendo sempre più piede e oggi sono diversi i brand che propongono una moda sostenibile.

Nel 2016 anche Zara, H&M e Benetton hanno completato con successo il programma Detox di Greenpeace, mentre Patagonia utilizza da tempo materiali riciclati e cotone biologico e lavora solo con fabbriche che hanno ottenuto il riconoscimento Fair Trade Certified. L’azienda specializzata in abbigliamento sportivo e outdoor è anche tra i fondatori della Sustainable Apparel Coalition (SAC), una coalizione di più di 60 stakeholder della moda che si adoperano attivamente per la realizzazione del modello eco fashion.

Altri brand che hanno abbracciato la filosofia sostenibile e a basso impatto ambientale sono Mango, Esprit e Freitag, che hanno realizzato collezioni ispirate al rispetto dei lavoratori e alla conservazione delle risorse naturali del pianeta, e Levi’s, che ha ridotto il consumo di acqua per il finissaggio del denim.

Tra i grandi nomi della moda spiccano Giorgio Armani, che ha sposato la causa di Fur Free Alliance e ha detto basta all’impiego di pellame e pellicce di origine animale, e Stella McCartney, una vera e propria pioniera dell’eco fashion, da sempre impegnata nella ricerca di fibre e materiali alternativi e cruelty free.

Inoltre si stanno sviluppando molte nuove realtà – piccole, medie e grandi – improntate a una filosofia creativa, produttiva e distributiva completamente eco fashion.

Eco fashion: gli eventi

Eco fashion: Giorgio Armani FW 2017-2018

Gli eventi eco fashion vogliono fare conoscere i principi della moda etica e sostenibile presso un pubblico sempre più ampio

La progressiva affermazione dell’eco fashion ha determinato la nascita di una serie di eventi pensati per fare conoscere il modello a un pubblico sempre più grande e promuovere un circolo virtuoso di sostenibilità ambientale ed etica.

Tra le prime manifestazioni a vedere la luce ci sono state il Red Carpet Green Dress, promosso da Suzy Amis Cameron (moglie del regista James Cameron), e la Eco Fashion Week, lanciata a Vancouver nel 2009 e diventata un appuntamento tradizionale del settore. In seguito sono arrivati i Global Green Awards e il Global Green Pre-Oscar Gala, creati dall’organizzazione internazionale Global Green, la Green Fashion Week (la cui sesta edizione avrà luogo dal 5 al 9 novembre 2017 a Roma e a Napoli) e il Greenshowroom di Berlino.

La novità assoluta è rappresentata dai Green Carpet Fashion Awards Italia 2017, che si terranno il 24 settembre presso il Teatro alla Scala di Milano e vedranno brand come Fendi, Giorgio Armani, Gucci, Prada, Valentino, Ermenegildo Zegna e Agnona riuniti in nome dei valori della sostenibilità. Promosso da Camera Nazionale della Moda Italiana, in collaborazione con Eco-Age (la società di consulenza internazionale per l’eco fashion fondata da Livia Firth), l’evento incoronerà il miglior designer emergente della moda etica e sostenibile tra una rosa di 5 finalisti emersi dalla Green Carpet Talent Competition 2017.


Silvia Artana

Dopo la laurea in Scienze e Tecnologie Agrarie, ha conseguito un Master in Divulgazione Scientifica e ha mosso i primi passi nell'editoria occupandosi di scienza e tecnologia. Oggi scrive di moda, bellezza, benessere, lifestyle, cinema e TV per diversi magazine digitali e svolge attività di copywriting e storytelling online e offline.